lunedì 10 dicembre 2007

Poesia del giorno: "Otto"


Schianto notturno, dischiude un castello
s'agitano spiriti luminosi
e una foresta d'alberi chiassosi
che scaglia come lama di coltello

fetor di cherosene e in un anello
nascon ninfe e puntini numinosi
tornano e rispondono silenziosi
domande e desideri di pastello

disegno nel libro della memoria
eroi di un'armonia illusoria
mostri d'una musica perduta

artefatti da un fiume pensieroso
che scorre seco al mio cammino ombroso
e uccide una vita sconosciuta

(Fotografia di Barbara Asnaghi)

domenica 9 dicembre 2007

La domenica poesia d'autore: Gabriele D'Annunzio


La pioggia nel pineto


Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

venerdì 7 dicembre 2007

Poesia del giorno: Irene Leo


Il tuo vol(t)o



Sfugge l'aria, granellando tra le ciglia.

e raggrumo sui capelli la scia del vento.

Del silenzio porto le scarpe rotte,

fili di nuvole impigliate,appena, nell'oggi,

sono i tuoi canti.

M'è tetto la rete aperta dei tuoi abbracci,

e nella porta socchiusa dove dondola luce ed ombra

io vivo.

Figlio di un sempre,

tu mi sei nei passi

allodola di terra rossa.

Il tuo vol(t)o è anche il mio.

giovedì 6 dicembre 2007

Poesia del giorno: Lorenzo A.P. Balducci


La Coperta di Linus
(apologia del disfacimento)


Appiccica la pelle, appiccica
appiccicano le immagini sugli occhi
la bocca è colla
cola fango dal quel corpo pesante
sordo e rimbombante e nero
che per casa s'aggira
senza uno scopo al mondo
barba trascurata sulla pelle invernale e candida
evidente pelata luccica grassa
odore dolciastro e salato
di marcio e lenzuola vecchie
un golem disfatto
Un passo e poi, via, l'altro
povero omone d'argilla
forse aveva bisogno solo di un caffè
e ora cammina sonnambulo
e senza un motivo per svegliarsi
e sciogliersi l'anima nell'acqua

mercoledì 5 dicembre 2007

Poesia del giorno: Gianluca Grasso


Spleen 2


Sento la mente forte
e scardinata degli ossessivi
Sento i miei pomeriggi
e le loro crisi depressive
Valzer dentro al cervello
come le metropolitane
Chiodi infissi sui muri
E tutte in fila le mie persone

Invidie giocate male
che adesso sputano malattie
Gli altri sono cattivi e autoritari
come manie
Ora mi stendo un poco
rimando a dopo tutti i doveri
Rami spinosi e urla
attacchi di panico di desideri

Desideri malati occhi scavati
senza più il pianto
Tenteranno il suicidio
sia la mia anima che il suo vanto
Voglio le tue carezze
e che si moltiplichino le mani
Vorrei avere più sensi
per annegarli tutti nei tuoi seni

STRUM

Sento la mente forte
e scardinata degli ossessivi
Sento i miei pomeriggi
e le loro crisi depressive
Giorni a cercar la vita
che se ne è andata senza preavviso
accendo una sigaretta
che si alzi il fumo io resto steso

Fuori dalla finestra
la nebbia ingorda dei loro passi
Provo immenso dolore
la cima fragile dei cipressi
Quindi rimango immobile
paralizzato dal terrore
Che nessuno mi veda
come sto male in queste due ore.

martedì 4 dicembre 2007

Poesia del giorno: da "Budapest"


Lamentazioni di un suicida


Un naufrago dell’esistenza
è tale perché
non ha imparato
l’intollerabile mestiere di vivere.
Troppe ombre ha
fra le mani,
troppo crudeli i suoi Dei,
i suoi amori stracciati,
infettati da quotidiani tramonti borghesi.
Troppo pesante la sua testa
per guardare ancora il cielo.
L’impiccato amò il tuo volto,
malato di poesia,
la tua mano dolce come un antico canto
pronta fra le lenzuola a levargli di dosso
il fango.
Fra labbra di sangue
vi prestavate
tenui parole d’amore,
fra sorrisi e lacrime
ballavate il vostro tango
del cuore.
Poi settembre morì,
e si perse
il fiore maledetto della gioia,
come scomparvero
le promesse,
purtroppo ancora in garanzia.
Tra pensieri vestiti d’amarezza e
ricordi d’ altri abissi,
lui ritrovò se stesso e ritrovò
la croce.
Decise infine di salirvi.
(…)
Cala la sera,
latrano i cani e i lampioni,
il terrore è negli occhi:
gli uccelli non cantano più.
Si spegne il lume,
bagna la cera il suo dolore,
che ha
fino all’ultimo
il tuo disgraziato sapore.

lunedì 3 dicembre 2007

Poesia del giorno: Davide Canzi


1)Lasciami ora



2)Rinchiuso nella stanza



1)maturare in disparte



2)e osservando lo schermo



1)fuori piove



2)gocce pesanti cadono



1)e mi sento solo



2)facendo eco nel buio



1)resto sul ciglio



2)di questa notte



1)di questo mio trono



2)un re del silenzio



1)cosparso di nubi ideologiche




2)che avvolge di caricature



1)pensieri confusi



2)e maschera di terrore



1)gli occhi mi guardano



2)il viso



1)ma sono strani




(Leggete separatamente le due colonne e poi unitele in un’unica poesia si ha cosi un intreccio di 3 poesie)



Lasciami ora
Rinchiuso nella stanza
maturare in disparte
e osservando lo schermo
fuori piove
gocce pesanti cadono
e mi sento solo
facendo eco nel buio
resto sul ciglio
di questa notte
di questo mio trono
un re del silenzio
cosparso di nubi ideologiche
che avvolge di caricature
pensieri confusi
e maschera di terrore.
Gli occhi mi guardano
il viso
ma sono strani!

domenica 2 dicembre 2007

La domenica poesia d'autore: Edgar Allan Poe


Peana


Come sarà letto il funereo rito?
E intonato il solenne canto?
Il requiem per la morta più amabile
che mai sia morta così fanciulla?

Gli amici hanno a lei gli occhi rivolti
e alla bara sfarzosa,
e piangono! – Oh, disonorare
con una lacrima la beltà di lei!

Essi l’amarono per la sua ricchezza –
e per il suo orgoglio l’odiarono.
Ma ella crebbe debole, fragile,
ed essi l’amano perché morì.

Mi dicono (mentre bisbigliano
del suo «manto ricamato e costoso»)
che la mia voce è ora più flebile –
che non dovrei cantare anch’io.

O che dovrebbe il mio tono
al solenne canto armonizzarsi
così dolentemente – dolentemente,
che non ne riceva offesa la morta.

Ma essa è andata lassù,
con la giovane Speranza al suo fianco,
e io son ebbro d’amore
per lei morta, che è mia sposa.

Per la morta – morta – che giace
là, immobile e sola,
con la morte sugli occhi serrati
e la vita sulle tenere trecce.

Di giugno morì – nel giugno
della vita – bella e amata;
ma non morì così presto,
né con così sereno aspetto.

Da gente che è in terra più che diabolica
la tua anima, Elena, si distaccò,
per unirsi alla beata allegrezza
di schiere più che angeliche in cielo.

Per questo, a te, questa notte,
io non canterò un requiem,
ma nel tuo elevarti vorrò seguirti
con un peana d’antichi giorni.

sabato 1 dicembre 2007

Il Sabato del Villaggio: "La nube gris"

La nuvola grigia

Se mi allontano da te è perchè ho capito
di essere la nuvola grigia che macchia il tuo cammino,
me ne vado per lasciarti cambiare il tuo destino,
così sarai più felice mentre io cercherò l'oblio.

Se mi allontano da te è perchè vorrei
che fossi più felice anche se io di amor mi uccido,
me ne vado senza realizzare il sogno che ho più cercato
me ne vado con il dolore di non essere stato capito.

E ancora una volta tornerò ad essere un vagabondo
che va in cerca dell'amore, dell'amore di una donna
se mi son perduto nel solco azzurro
dove brillava l'illusione,
torna ora la desolazione,
vivo senza luce.