domenica 20 luglio 2008

Vittorio Sereni

Le mani


Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell'arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

venerdì 18 luglio 2008

giovedì 17 luglio 2008

Lorenzo Andrea Paolo Balducci


Questa casa è polverosa.
Si sente la mancanza di una donna.
Intendiamoci: la coppia è cambiata.
Pulirei io, lei mi deve solo stare a guardare.
Nuda.
Osannare anche un pochino, di tanto in tanto
ma senza esagerare, sennò si perde
la purezza dello sport.
Datemi il grembiule,
il panno acchiappapolvere e le pattine!
Se no ho paura che mi si sporchino i pantaloni.
Ma no, via anche i pantaloni:
nudo, anch'io!
Che così poi,
quando mi ha visto tanto serio, casalingo,
e così irresistibilmente sexy e selvaggio,
e la passione rampa,
diventa tutto più rapido, violento,
tarzan e jane nella giungla di cavi di corrente
e tappeti, appesi a una liana di mocio,
inebriati dal profumo acre e forte del cif
e quello morbido e carico di sensualità
del prontolegno
L'uomo ferino e la donna gatto, amplessi astrali
tra i minareti di Islamabad e le sue fontane,
bolle d'acqua, carne bollente.


Questa casa è polverosa.

mercoledì 16 luglio 2008

Davide Canzi


Acqua dal cielo in ovali selezionati


Arriva la pioggia
Con il suo suono petulante
Ci viene a bussare
Alle ante delle finestre
Dicendo :” esci, è bello fresco qui fuori”
E restiamo immobili
Stregati da gocce d’acqua
Semplice liquido insapore
Che cade dal cielo
Ci chiama cantilenante
Sa di essere attrattivo
Il cielo piange
Ma nessuno ne capisce il motivo
Siamo noi che lo invochiamo
Ascoltiamo il ritmo
Di un canale di rame
Osserviamo lacrime infrangersi
In ovali selezionati
Annusiamo il sentore
della pioggia estiva
l’asfalto che fuma
in maniera furiosa
la terra ha bisogno
di rinfrescarsi le idee
e noi solo sotto la tempesta
guardiamo il cielo
pieni di speranza
nulla possiamo
contro gli eventi della natura
ho fame di lacrime di gioia!
Ma non se ne vedono ancora
Il sonno ribolle
Nelle vene esauste
Un groviglio di pesanti pensieri
Pendolari tra cuore e mente
Questo purgatorio
Servirà a farci vivere meglio
Una volta in paradiso?

martedì 15 luglio 2008

domenica 13 luglio 2008

Antonia Pozzi


La vita
Alle soglie d'autunno
in un tramonto
muto
scopri l'onda del tempo
e la tua resa
segreta
come di ramo in ramo
leggero
un cadere d'uccelli
cui le ali non reggono più.



Figlia di Roberto, importante avvocato milanese e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi, scrive le prime poesie ancora adolescente. Studia nel liceo classico Manzoni di Milano, dove inizia con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una relazione che, a causa dei pesanti ostacoli frapposti dalla famiglia Pozzi, verrà interrotta dal Cervi nel 1933, procurandole la depressione - «e tu sei entrata / nella strada del morire», scrive di sé in quell'anno - che contribuirà a condurla al suicidio.

Nel 1930 si iscrive alla facoltà di filologia dell'Università statale di Milano, frequentando coetanei quali Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni, del quale sembra si innamorasse non ricambiata, le lezioni del germanista Vincenzo Errante e del docente di estetica Antonio Banfi, forse il più aperto e moderno docente universitario italiano del tempo, col quale si laurea nel 1935 discutendo una tesi su Gustave Flaubert.

Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi tanti interessi culturali, coltiva la fotografia, ama le lunghe escursioni in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia, conosce il tedesco, il francese e l'inglese, viaggia, pur brevemente, oltre che in Italia, in Francia, Austria, Germania e Inghilterra ma il suo luogo prediletto è la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle Grigne, dove è la sua biblioteca e dove studia, scrive e cerca un sollievo nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie; mai invece degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosceva bene.

La grande italianista Maria Corti che la conobbe all'Università, disse che «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili».

Avverte certamente il cupo clima politico italiano ed europeo: le leggi razziali del 1938 colpiscono alcuni dei suoi amici più cari; «forse l'età delle parole è finita per sempre», scrive quell'anno a Sereni.

Nel suo biglietto di addio ai genitori scrive di disperazione mortale e si uccide con i barbiturici. La famiglia negherà la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite; il suo testamento fu però distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite; la storia d'amore con il Cervi sarà falsamente descritta come una relazione platonica.

È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo.

sabato 12 luglio 2008

Ma Femme americaine

Clip fait par les étudiants en médecine de la pitié salpetriere sur une musique des Little Rabbits avec Bapt et Buffy, Style Nouvelle vague film noir

giovedì 10 luglio 2008

Alessio Caccavale

Leopardo Brianzolo


Le colline puzzano di noia.
Ho paura di sfiorare altri visi,
sono sicuro di graffiarli.
E quelli che vorrei sbranare,
riesco solo ad accarezzarli stupidamente.
In giro tra gli alberi ho buon udito,
ma vedo ovunque te cieco d’amore,
e sento solo merda sotto le mie zampe.
Dicono porti fortuna,
però puzza,
come le mie fauci,
gonfie ed asciutte in egual misura.
Scappato dai boschi esiliato,
sono pronto a tornare uomo,
per rivivere in questa schifosa città.
Che forza nelle mie nuove vene.
D’inganno ho indossato un vestito elegante,
e mi sono rimesso a lucido,
ripresentandomi a te con una battuta brillante.
Giunto sulla porta,
il tappeto mi ha dato il benvenuto.
-è stato l’unico a riconoscermi,
sa a chi hanno messo i piedi in faccia-
Sull’uscio sei apparsa…
Un mostro orribile,
mi hai preso forte la mano
e baciato a tradimento,
di colpo mentre sei tornata bellissima,
il mio petto si è fatto di nuovo peloso
e pieno di macchie.
Però ho le unghie levigate,
non ruggisco, balbetto
non spavento, ho paura.
non caccio, sono cacciato.
Sono un leopardo brianzolo,
buono manco più per la grande foresta,
pronto a nascondersi tra i ceppi delle Groane,,
feroce con chi non serve,
sazio di cibi malsani.
Conosco i segreti di questo posto.
Un giorno sei venuta da me,
per la terza volta.
Mi hai ringraziato di averti dato un’altra vita,
dato un croccantino e voltato le spalle.
Ti avrei morso il culo,
ma non hai lasciato nemmeno i denti,
a questo gatto dalle sette morti.

martedì 8 luglio 2008

lunedì 7 luglio 2008

Ultimo racconto di Davide Canzi

L’orologio sembra essersi fermato da un po’ seduti attorno ad un tavolo 4 nani giocano a 3 sette, il morto è ancora vivo, sta capendo la situazione, le carte la dicono lunga, non mentono mai!
La luce al neon cambia colore diventando azzurra, buon segno, arriva il bel tempo, il deumidificatore nuovo deve aver asciugato l’atmosfera, domani il sola verrà a bussare alla finestra ma stavolta non chiederà di entrare per paura delle nuvole, si impadronirà del cielo.
Nel collettivo desiderio entra Biancaneve, con diverse sembianze, taluni la vedono mora altri invece no!
Fatto sta che bussa accompagnata da apollo, ha rose rosse che formano un vestito delicato mentre il sole la illumina ancor di più dando più forza ai colori .
Gli occhi si chiudono per la luce ma il cuore batte all’impazzata petali accompagnano i passi della donzella formando un tappeto di emozioni.
Ogni cenerentola perde una scarpa tra le fitte spine del tappeto floreale e scappa via lasciando lacrime d’addio…
“mi son sfregiato per recuperarla” dice il più giovane
E poi resta imbambolato a guardare l’orizzonte.
Apollo geloso se ne va, lasciando campo libero alle nuvole, anche oggi un raggio di sole ci ha tratto in inganno … ma speriamo sempre in un domani anche se più scoraggiati di prima
Si aspetta sempre un’altra cenerentola che torni a prendersi una scarpa.. forse sua.
Una scarpa abbandonata tra le rose.
La luce torna rosea e il cielo si copre, all’orizzonte forse c’è un arcobaleno.
Lo scivolo dei colori che nasconde tesori, custoditi da nani con scarpe di rose tra le mani.
E quando rivediamo la nostra Biancaneve rimpiangiamo i bei momenti..
Che volevamo infiniti… Biancaneve dove sei?
Ho la tua scarpa … ma probabilmente non va più di moda, ne hai trovata una più bella!
Aspetto la pioggia e intraprendo il cammino il freddo gelido dell’acqua piovana mi farà riflettere sui miei sbagli o mi farà comprendere come gira il mondo…
Non nel mio verso comunque!

venerdì 4 luglio 2008

Irene Leo recensisce "Budapest"

Io lo vedo il sindaco di Budapest, chino su una luna rossa di sangue e poesia che gli tramonta alle spalle in attesa nell'alba. Vedo un continuo versificare come unica soluzione per trovare il senso delle cose, oltre la breccia dura, la pelle malata del mondo che ammala anche gli uomini.

Se non si fossero scordati il mio
nome.
(…)
Potresti chiamarmi
Uomo

E' oscillazione questa sua poesia che si dimena piano piano e pare fiorire ovunque fregandosene delle regole e dei benpensanti. Il tempo che scorre screzia i sentimenti, li spezza, li umilia, li fa dolci e salati e dietro ad essi si frappone come trait d'union una poesia che sa di un altro secolo e si porta dietro l'ombra e la luce dei poeti maledetti.

la vera pena è stare sveglio,

Fabio Paolo Costanza ci mette l'anima, e la carne e la cenere di attimi fotografati eternamente nello spazio di un sempre, dove la grande meraviglia è la morte assisa dietro gli angoli bui degli occhi, e la vera dannazione è nascere nudi di armature in pasto ad un mondo cupo ed assassino.

Ci sarebbe solo da farsi leccare tutta la vita
dopo la prima inguaribile ferita:
nascere.

Inquietudine e pensamenti che fermano le caviglie e ti avvolgono in un'atmosfera particolare, dove l'autore spalancando la soglia della sua psychè ci spinge all'interno di un tunnel che porta sin in fondo alle sua radici.



Ho assaggiato l'estate e
sputato via il succo:
il sole mi fa schifo,
ci fa vedere troppo.
A Budapest.

Budapest è la perdizione assoluta di un luogo dove la soluzione è una non soluzione, dove chiudere gli occhi e toccarsi i pensieri è ancora di sopravvivenza ma non salvezza. Sembra aver vissuto di già una intera vita il protagonista di quella che leggendo, ho interpretato non come una "mera" raccolta poetica. E' una storia fatta poesia, o meglio una poesia che si fa storia e racconta attraverso le sue finestre aperte con una grande energia i turbamenti e i silenzi ed il sonno ed il sonno fatale di un anima affranta ed invecchiata alla luce di un contesto che attanaglia.L'espressione Budapest, circo triste svela la lente con la quale l'autore si avvicina alla parola in versi, un prostrarsi oltre la rosea apparenza delle cose, per ubriacarsi di un substrato più amaro ma reale, dal quale si deve scappare o nel quale si deve morire. Il linguaggio ha una chiave particolare, il verso è spezzato, idem il ritmo che pare ansimare a tratti o che pare sfiancarsi in altri anfratti di poesia. La personalità è libera, dolorosa, accorata, passionale...ha una sua unicità che ti lascia un sapore differente. Non è poesia di miele e zucchero, ma si porta seco spilli, e rovi e le ferite che stillano sangue e vita si trasformano in feritoie da cui osservare noi stessi. E in quel noi stessi che detestiamo, si fa largo la Poesia.

Non conosco nulla di più ostinato di un
dolore. (...)
Guardatemi fratelli,
il peggio è la poesia,
salvatela.



Irene Leo

http://ireneleo.wordpress.com/

giovedì 3 luglio 2008

Gabriela Fantato

L'edera di fronte a casa è
esplosa di un verde
cupo come un amore.
Indomabile di pori, rughe
e frastagli - un assedio.

O tempo, mio tempo di fioritura
così veloce per dirlo
- erano acuti i sedici anni
e i venti, senza misura.
Ora insegno agli occhi la pazienza,
le foglie più fitte.

Dentro la stanza una promessa
selvatica come le more,
devote al tempo che non cresce.

mercoledì 2 luglio 2008

EUGÉNIO DE ANDRADE

QUASI NIENTE

L'amore
è un uccello tremante
nelle mani di un bambino.
Si serve di parole
perché ignora
che le mattine più limpide
non hanno voce.