venerdì 4 luglio 2008

Irene Leo recensisce "Budapest"

Io lo vedo il sindaco di Budapest, chino su una luna rossa di sangue e poesia che gli tramonta alle spalle in attesa nell'alba. Vedo un continuo versificare come unica soluzione per trovare il senso delle cose, oltre la breccia dura, la pelle malata del mondo che ammala anche gli uomini.

Se non si fossero scordati il mio
nome.
(…)
Potresti chiamarmi
Uomo

E' oscillazione questa sua poesia che si dimena piano piano e pare fiorire ovunque fregandosene delle regole e dei benpensanti. Il tempo che scorre screzia i sentimenti, li spezza, li umilia, li fa dolci e salati e dietro ad essi si frappone come trait d'union una poesia che sa di un altro secolo e si porta dietro l'ombra e la luce dei poeti maledetti.

la vera pena è stare sveglio,

Fabio Paolo Costanza ci mette l'anima, e la carne e la cenere di attimi fotografati eternamente nello spazio di un sempre, dove la grande meraviglia è la morte assisa dietro gli angoli bui degli occhi, e la vera dannazione è nascere nudi di armature in pasto ad un mondo cupo ed assassino.

Ci sarebbe solo da farsi leccare tutta la vita
dopo la prima inguaribile ferita:
nascere.

Inquietudine e pensamenti che fermano le caviglie e ti avvolgono in un'atmosfera particolare, dove l'autore spalancando la soglia della sua psychè ci spinge all'interno di un tunnel che porta sin in fondo alle sua radici.



Ho assaggiato l'estate e
sputato via il succo:
il sole mi fa schifo,
ci fa vedere troppo.
A Budapest.

Budapest è la perdizione assoluta di un luogo dove la soluzione è una non soluzione, dove chiudere gli occhi e toccarsi i pensieri è ancora di sopravvivenza ma non salvezza. Sembra aver vissuto di già una intera vita il protagonista di quella che leggendo, ho interpretato non come una "mera" raccolta poetica. E' una storia fatta poesia, o meglio una poesia che si fa storia e racconta attraverso le sue finestre aperte con una grande energia i turbamenti e i silenzi ed il sonno ed il sonno fatale di un anima affranta ed invecchiata alla luce di un contesto che attanaglia.L'espressione Budapest, circo triste svela la lente con la quale l'autore si avvicina alla parola in versi, un prostrarsi oltre la rosea apparenza delle cose, per ubriacarsi di un substrato più amaro ma reale, dal quale si deve scappare o nel quale si deve morire. Il linguaggio ha una chiave particolare, il verso è spezzato, idem il ritmo che pare ansimare a tratti o che pare sfiancarsi in altri anfratti di poesia. La personalità è libera, dolorosa, accorata, passionale...ha una sua unicità che ti lascia un sapore differente. Non è poesia di miele e zucchero, ma si porta seco spilli, e rovi e le ferite che stillano sangue e vita si trasformano in feritoie da cui osservare noi stessi. E in quel noi stessi che detestiamo, si fa largo la Poesia.

Non conosco nulla di più ostinato di un
dolore. (...)
Guardatemi fratelli,
il peggio è la poesia,
salvatela.



Irene Leo

http://ireneleo.wordpress.com/

3 commenti:

Fabio Paolo Costanza ha detto...

Che dire...grazie infinite a un'anima bella.

Anonimo ha detto...

onorata io ;)

sei anche da me. Ho pubblicato la recensione

un abbraccio e ....buona poesia!

Irene L.

da20 ha detto...

grande irene!!
bellissima presentazione di budapest e del nostro sindaco

ribadisco: le poesie anno i lupi dentro e li avranno sempre!
nascondo sempre il dolore anche con dolci parole....

"sarebbe solo da farsi leccare tutta la vita
dopo la prima inguaribile ferita:
nascere. "

mi hanno ferito due volte perche dopo la prima nascita sono morto e rinato pochi minuti dopo... doppia ferita doppio dolore!

(una storia vera... la mia)
un saluto e buon week end
vado a vedere se il mare ha qualcosa da dirmi...nel caso lasciorò un messaggio in bottiglia quella che mi berrò per affievolire un po di dolore..

ciao a budapest!